Meditazione biblica della settimana: Amos 5,21-24

«Io odio, disprezzo le vostre feste, non prendo piacere nelle vostre assemblee solenni. Se mi offrite i vostri olocausti e le vostre offerte, io non le gradisco; e non tengo conto delle bestie grasse che mi offrite in sacrifici di riconoscenza. Allontana da me il rumore dei tuoi canti! Non voglio più sentire il suono delle tue cetre! Scorra piuttosto il diritto come acqua e la giustizia come un torrente perenne! (Amos 5,21-24)

Siamo nell’VIII secolo a.C. e la società israelitica, un tempo fatta di grandi famiglie tutte più o meno sullo stesso piano, ora si è spaccata tra una parte minoritaria ricchissima, e la maggior parte della popolazione in miseria. Di fronte a questa situazione Dio tuona contro la classe dirigente Israelita: il vostro culto non vale nulla, è solo vuota cerimonia! Dio non festeggia coi sacerdoti, è lontano dal tempio e non accoglie i sacrifici. L’ingiustizia ha raggiunto un livello tale per cui Dio ha voltato loro le spalle, almeno finchè la giustizia e il diritto non torneranno a scorrere come un fiume in piena, come l’acqua di un nubifragio. Questa parola ci suona particolarmente attuale in un mondo dove le risorse sono sempre più accaparrate da una piccola elite a scapito della maggioranza della popolazione: mentre pochi hanno troppo, in maniera sempre più sfacciata, troppi non hanno il necessario per una vita dignitosa. Non solo c’è uno squilibrio “nord – sud”, ma anche nel ricco nord le cosiddette “crisi” servono solo a convogliare il denaro della gente nelle tasche delle nuove e vecchie élites. Rispetto ai tempi del profeta, però, c’è una grossa differenza: allora, la classe dirigente che riceveva la parola del profeta credeva in Dio. Oggi, no. Che cosa dobbiamo fare, dunque? Forse oggi non esiste più, e giustamente, una religione di Stato, ma resta nostro dovere di credenti ricordare a chi governa che il loro è un servizio al popolo, non ai banchieri. L’ingiustizia dev’essere denunciata qualunque sia la fede di chi comanda. E poi, non ci dimentichiamo che l’esigenza di giustizia di Dio è rivolta in primo luogo a ciascuno di noi, nel nostro piccolo privato. Cerchiamo davvero ogni giorno la giustizia di Dio nelle nostre vite? Questa sgorga come un fiume da una fonte?

Eric Noffke

Meditazione biblica della settimana: 1Corinzi 15,51-58

Ecco, io vi dico un mistero: non tutti morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria». «O morte, dov’ è la tua vittoria? O morte, dov’ è il tuo dardo?» Ora il dardo della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, fratelli miei carissimi, state saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’ opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore. (1 Corinzi 15,51-58)

A Corinto c’era chi diffondeva dubbi sulla resurrezione: come può un corpo materiale tornare in vita? Solo lo spirito è degno dell’eternità! Paolo rifiuta quest’idea e afferma che, se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede, perché egli non sarebbe il Messia. L’apostolo, insieme a tanti altri, si presenta come testimone della resurrezione di Gesù, segno della vittoria di Dio sulla morte e sul peccato, primizia della nostra resurrezione. Dio ha vinto, e il giorno dell’avvento del suo regno tre cose non saranno più: morte, peccato e… Legge. Questo terzo elemento suona strano: l’apostolo è forse diventato un anarchico? No. Semplicemente, nella sua esperienza la Legge ha due volti principali. Il primo è quello della Legge di Mosè, che sta alla base dell’orgoglio di molti correligionari dell’apostolo: convinti della loro elezione in virtù del possesso e dell’osservanza, essi non credono di aver bisogno di Cristo. Ma, per Paolo, senza Cristo non c’è salvezza. Il secondo volto della legge è quello della Legge romana, strumento di oppressione delle popolazioni sottomesse a Roma. La legge, dunque, è asservita al peccato quando è legge umana, ed è inutile alla salvezza anche quando è legge di Dio. Noi non abbiamo bisogno della legge per essere salvati: la resurrezione è libertà e l’amore ne è l’unica legge!

Eric Noffke

Giornata della memoria: un libro sulle persecuzioni razziali

E’ uscito, nella Giornata della Memoria 2012, il volume di Andrea Panerini “Elementi così sospetti così sospetti e poco desiderabili. Le persecuzioni razziali in Val di Cornia (1938-1945)“, con la collaborazione di R. Verdura, p. 66 ill., €. 9,00, Bross.. Bib. Libro Volante n. 2, Piombino 2012, (www.bancarellaweb.eu)

“Nelle località costiere della nostra provincia e specialmente in Castiglioncello e Quercianella si vanno trasferendo intere famiglie ebree, alcune delle quali si sono assicurate per abitarvi, anche isolate ville sul mare. Mi sembra che la presenza di elementi così sospetti e poco desiderabili in zone di indubbia importanza militare non sia da tollerarsi anche perché non influisce in modo tranquillizzante sullo stato d’animo della popolazione, e perciò, nel segnalarvi quanto sopra, mi permetto di prospettarvi l’eventualità di una Vostra azione diretta ad inibire il trasferimento di ebrei sul nostro litorale.”

Ecco come venivano visti gli ebrei toscani nel dicembre 1923 dal federale fascista di Livorno. In questo volume Andrea Panerini, studente di teologia alla Facoltà valdese di Roma in vista del ministero pastorale e collaboratore della nostra comunità, ripercorre la vergognosa storia delle leggi razziali in Italia, degli ebrei di Piombino e della Val di Cornia, delle soffitte dell’Ospedale di Campiglia dove vennero internati dopo l’8 settembre 1943. Una pagina della nostra storia da far rivivere, per non dimenticare.

Meditazione biblica della settimana: 1Corinzi 7,29-31

Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l’ avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa. (1 Corinzi 7,29-31)

Paolo parla ancora una volta ai Corinzi e parla un linguaggio apparentemente paradossale. I Corinzi formavano una comunità molto originale: convinti di vivere già il tempo della resurrezione ultima perché battezzati, consideravano che fosse loro lecita ogni cosa perché ormai definitivamente trasformati in Cristo. Niente più regole e insieme a questo, una totale svalutazione della realtà presente, proiettati com’erano già nella sfera della trasfigurazione celeste. Paolo, invece, spiega loro che la trasformazione ultima, quella che ci renderà simili al Cristo celeste, così come ora siamo simili all’Adamo terreno, è la promessa che Cristo ci dona. Promessa che però dev’essere vissuta nell’attesa, cioè quella tensione esistenziale che connota il perseguire la fede cristiana. In più l’attesa che si compia la promessa della salvezza eterna, dev’essere vissuta qui e ora, radicati in questo mondo che ci è stato dato, fortemente calati in una realtà che ci appartiene, in quanto uomini e donne terreni, ma alla quale non apparteniamo fino in fondo. Nel mondo sì, ma non del mondo. E qui interviene il paradosso paolino nell’indicazione di vivere tutta la nostra vita terrena “come se non.“ Nessuna svalutazione deve subentrare, nessun rinnegamento ma una sana partecipazione alla realtà della nostra esistenza consapevoli, però, che questa non rispecchia l’ultima parola di Dio. Avere dei beni personali va bene, ciò che non va bene è farne lo scopo ultimo della nostra vita: avere dei beni, insomma dice Paolo, ma come se non ne possedessimo. La legge del cristiano, l’indicazione per il suo percorso terreno non è la rinuncia per un astratto ideale ascetico ma la consapevolezza, la fede, che ciò che governa il mondo non viene dal mondo stesso, con i suoi rapporti di potere e sopraffazione, ma proviene da Dio ed è la legge dell’amore.

Eleonora Natoli

Meditazione biblica della settimana: 1Corinzi 2,1-5

E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. (1 Corinzi 2,1-5)

Quando Paolo ha predicato a Corinto, dando vita ad una nuova comunità cristiana, ha usato parole semplici e umili, ma efficaci, che hanno portato numerose persone a vivere l’esperienza della nuova vita in Cristo. Fu, infatti, la potenza dello Spirito Santo a operare quelle conversioni, non la capacità retorica dell’apostolo. Eppure, alcuni di quei credenti, persone educate e di un certo livello sociale, cominciano presto a richiedere una predicazione aggiornata dal punto di vista culturale, in linea con le tendenze retoriche del tempo. Paolo, però, si oppone loro. Il problema per lui non  certo quello della dignità formale della predicazione; è, piuttosto, quello di un appiattimento dell’annuncio dell’evangelo agli schemi di questo mondo. Paolo rifiuta categoricamente una predicazione che non passi attraverso la trasformazione delle presone e l’abbattimento degli schemi oppressivi del suo tempo. Nella comunità cristiana non possono avere cittadinanza le dinamiche ingiuste della nostra società, e l’amore di Dio,, vissuto e annunciato, dev’essere sempre posto al centro. L’evangelo scardina la sapienza di questo mondo, egoista e irresponsabile, appiattita sulle pretese della classe dominante, e propone un modo di vivere radicalmente diverso. Il punto non è il rifiuto della teologia e della cultura: Paolo fu il primo teologo cristiano e si muoveva a suo agio nella cultura del tempo. Il punto è il rifiuto di una predicazione strumentale al potere, che per sua natura non può che essere ostile al progetto di Dio. La predicazione cristiana passa attraverso la manifestazione del potere dello Spirito, e questo si realizza solo in una comunità che vive e testimonia l’amore di Dio.

Eric Noffke

Meditazione biblica della settimana: 1Corinzi 1,26-31

Le letture di oggi parlano di vocazione. Dal battesimo di Gesù e dall’inizio quindi della sua vocazione nella vita pubblica della predicazione al concetto di vocazione in Paolo. Cose auliche, importanti, difficili. E noi che concetto abbiamo della vocazione? Pensiamo sia una cosa che riguarda esclusivamente pastori, diaconi ed eventualmente medici e simili o riteniamo che ci coinvolga in prima persona? Dio ci chiama continuamente e la nostra risposta può e deve essere nella coerenza della nostra vita. Senza grandi imprese, basta vivere la propria quotidianità testimoniando quello che Cristo ci ha detto e che abbiamo accettato di seguire. Dicevano dei primi cristiani che si riconoscevano dal loro comportamento. Possiamo dire lo stesso oggi? Che testimonianza diamo del nostro essere cristiani? Proponiamoci per il nuovo anno e per l’avvenire di mettere a frutto le proprie doti per gli altri, senza paura, essendo consci dei nostri limiti e accettandoli, sapendo che “Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti” e che la sua potenza “si dimostra perfetta nella debolezza”. Accettiamo quindi di vivere la nostra vocazione in ogni senso, in ogni ambiente, con ogni persona.

Francesca Marini

Lettera per il Natale

Eric Noffke

Smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, né a essere per lui un’occasione di caduta. Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in sé stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura. Ora, se a motivo di un cibo tuo fratello è turbato, tu non cammini più secondo amore. Non perdere, con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto! Ciò che è bene per voi non sia dunque oggetto di biasimo; perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. Non distruggere, per un cibo, l’opera di Dio. (Romani 14,13-20)

Quest’anno la buona novella del Natale ci arriva accompagnata da una brutta notizia: a causa delle decisioni prese dal Sinodo di due anni fa in merito alle benedizioni di unioni dello stesso sesso, la Federazione Pentecostale ha deciso di interrompere il dialogo che ormai da quindici anni ci vedeva seduti intorno ad un tavolo a riflettere su quel che ci unisce e su quel che ci divide, preludio necessario ad un processo di effettivo avvicinamento tra le nostre chiese, superando stereotipi e pregiudizi reciproci. Si trattava di un dialogo con le sue difficoltà, ma profondamente nuovo, soprattutto in Europa, ed era, finalmente, un segno di reale avvicinamento tra chiese evangeliche, così segnate dalla malattia della divisione. Tutto questo è finito, almeno per il momento, e possiamo solo sperare che in futuro il dialogo possa riprendere.

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Meditazione biblica della settimana: Isaia 63,15-16

Guarda dal cielo, e osserva, dalla tua abitazione santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni non si fanno più sentire verso di me. Tuttavia, tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce. Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Salvatore nostro. (Isaia 63,15-16)

Israele è in esilio e il profeta accusa Dio di aver abbandonato il suo popolo. Nella desolazione di Gerusalemme, nel pianto degli orfani e delle vedove, nel lamento della madri che hanno perso i figli in guerra, nell’asservimento ad un potente nemico Isaia trova il silenzio di un Dio distante, e questo lo atterrisce. Piange così il fatto che, se Abramo e Israele hanno abbandonato il loro popolo, così indegno di loro, almeno Dio, loro padre, deve restare con loro e manifestarsi ancora una volta come un Dio liberatore. Salvaci! Liberaci dal nostro dolore! Quante volte i credenti di ogni tempo si sono sentiti in questo modo? Quante volte noi stessi ci siamo chiesti dove sia Dio in questo mondo tormentato? Nei tempi antichi nessuno metteva in dubbio l’esistenza di Dio: si vedeva nelle sofferenze piuttosto la punizione per una qualche ingiustizia commessa. Oggi, invece, soprattutto in Europa, il cristianesimo deve affrontare la sfida dell’ateismo, che mette radicalmente in questione l’esistenza stessa di Dio. Forse dovremmo ricordarci che questa domanda sull’assenza di Dio è già ben presente nella Bibbia. La risposta? Ce ne sono diverse, ma alla fine tutto rimanda alla croce di Cristo. Molto semplicemente, il Dio cristiano è un Dio che sceglie di manifestare la sua gloria in un uomo torturato e messo a morte. Il Dio cristiano non è cura dal dolore ma solidarietà in esso, è condivisione della croce, sostegno reciproco. Il Dio cristiano è promessa di vicinanza, è il “Dio con noi”, l’Emmanuele evangelico. È un Dio che crea comunione e solidarietà, magari silenziosa, magari non eclatante, ma efficace e reale. Non sempre è chiaro il senso del progetto di Dio, ma il fatto che Dio sia con noi ci permette di parlargli, di gridare a lui, di sfogare con Lui la nostra rabbia. Lui ascolta, e non ci abbandona.

Eric Noffke

Il libro sigillato con sette sigilli

Sermone del pastore Samuel Kpoti

Il capitolo quinto dell’Apocalisse segue immediatamente il quarto, dove vediamo Dio assiso sul trono. Guardando più da vicino colui che siede sul trono, però, Giovanni distingue un rotolo, un libro, sulla sua mano destra tesa verso di lui. Questo rotolo, scritto sia sulla parte interna sia su quella esterna, è sigillato con sette sigilli. L’angelo domanda, con voce imperiosa, chi sia in grado di scogliere i sigilli ed aprire il libro; nessuno risponde e il veggente, Giovanni, inizia a piangere. Ecco, però, che uno dei 24 anziani annuncia che il leone di Giuda, il rampollo di Davide, cioè il Cristo, ha vinto. Sarà lui ad aprire i sigilli del libro.
Che cosa rappresenta il trono?Che cos’è questo libro? Quale il suo contenuto? Contiene solo decreti contro l’impero romano, esempio supremo di tutti gli imperi persecutori? Oppure i segreti e il senso della storia umana? Si tratta del libro del destino dell’umanità? E allora, che cosa sono i sette sigilli?

Il trono di cui si parla è senza dubbio quello di Dio, e costituisce da una parte il luogo da cui si irraggia la sovranità di Dio, dall’altra è anche il luogo in cui si pronunciano i giudizi, le decisioni di Dio. Tutte le cose umane convergono verso il trono di Dio e da esso partono tutte le decisioni che riguardano la direzione del mondo e della storia. Possiamo immaginarlo come un re o un presidente all’interno del suo palazzo: nulla può sfuggire alla sua giurisdizione, altrimenti sarebbe un cattivo re e il suo regno non potrebbe reggersi a lungo. Tutto quel che dice viene immediatamente registrato e servirà al momento opportuno.

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Le livre scellé de sept sceaux

Sermon par le pasteur Samuel Kpoti

Le chapitre 5 de l’apocalypse est la suite immédiate du chapitre 4 où l’on voit Dieu assit sur la trône. En regardant de plus près celui qui est assis sur le trône, Jean discerne sur sa droite tendue un livre ou rouleau. Dans ce livre où était écrit en dedans et en dehors, et scellé de sept sceaux. L’ange demande impérieusement « qui est digne d’ouvrir le livre et d’en rompre les sceaux ». Personne ne peut répondre et le visionnaire fond en larme. Mais l’un des 24 anciens annonces que «  le lion de la tribu de Juda, le rejeton de David » -donc le Christ- a vaincu : c’est lui qui ouvrira le livre et ses sept sceaux.
Que représente le trône? Qu’est ce sait ce livre et son contenu? Contient-il seulement les de
Décrets divins contre l’empire romain, type de tous les empires persécuteurs, ou les secrets et le sens de l’histoire humaine ? S’agirait-il du livre de la destinée de l’humanité et que représente les 7 sceaux ?
Le trône dont il est question est sans doute celui de Dieu. Ce trône constitue d’une part le lieu où rayonne la souveraineté et majesté de Dieu et d’autre, il est aussi le lieu où se prononce sa décision, les sentences de Dieu. Toutes les choses du mondes convergent le trône de Dieu et de ce trône émanent ou sortent toutes les décision dirigeant le monde et l’histoire. Il faut imaginer un roi ou un président d’un pays dans palais de commandement. Rien de sa juridiction ne pouvait lui échapper. Sinon il est un mauvais souverain et son royaume ne pouvait se tenir longtemps debout. Et tout ce qu’il dit est consigné immédiatement dans le registre et servira de référence au moment opportun.
Ce livre, ou rouleau se présente comme un testament qui selon les inscriptions du doit romain, devrait porter les sceaux de sept témoins pour être valable. Ici ces témoins se sont les 7 églises auxquelles il s’adresse. Cela veut dire que nous sont aussi au temps de l’église. Ce livre qui représente un contrat contient les prescriptions, les consignes, les règlements, les recommandations et les directives à suivre. Dans Ezéchiel 2, 9 à 3, 3 on lira : « je regardai : une main était étendue vers moi, tenant un livre enroulé. Elle le déploya devant moi ; il était écrit des deux côtés ; on y avait écrit des plaintes, des gémissements, des cris. Il me dit : ‘’ Fils d’homme, mange-le, mange ce rouleau ; ensuite tu iras parler à la maison d’Israël… ».
Ce livre contient donc des messages en direction de la création de Dieu.

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